Vicino al paziente

Percorso di cura

La disfagia appare come complicazione in pazienti affetti da altre patologie, dall’ictus all’ischemia, da neoplasie al morbo di Parkinson. Il miglior percorso riabilitativo ha  l’obiettivo di aiutare a ritrovare una certa capacità di mangiare in modo autonomo (sempre se non ci siano ulteriori problemi che impediscono l’autosufficienza). Migliorare l’autostima e la qualità della vita del malato è molto importante per aiutarlo poi ad affrontare al meglio la patologia principale.

complicazione

Riprendere a mangiare

Oltre a rieducare alla deglutizione è necessario tenere sotto controllo la nutrizione, perché chi soffre di disfagia tende a mangiare e bere meno, con l’aumento di rischi legati alla malnutrizione: la guarigione delle ferite non è ottimale, peggiorano le funzionalità intestinali, polmonari e muscolari, ne risente anche la risposta immunitari e aumentano i rischi di infezioni. Purtroppo non è possibile stabilire un piano dietetico universale per il disfagico, poiché è un problema soggettivo e varia da persona a persona. Ci sono però delle linee guida che aiutano a tracciare un percorso di cura, un piano dietetico ad hoc che tenga conto delle esigenze fisiche e di quelle nutrizionali.

Scacco in quattro mosse

Un esempio di percorso dietetico è quello elaborato dal personale sanitario della Fondazione Santa Lucia di Roma - centro di eccellenza nella ricerca sul cervello e sulla neuroriabilitazione – ripreso anche dall’Istituto Superiore di Sanità. Questo percorso si compone di quattro fasi.

  • Fase 1: il paziente ha difficoltà nel gestire in bocca, anche a livello di masticazione, il bolo di cibo e per tanto è necessario un tipo di alimentazione con una consistenza bene precisa, omogenea e semisolida.
  • Fase 2: migliora la capacità di masticazione del paziente e si può così modificare il tipo di alimentazione passando a cibi di consistenza morbida (primo piatto) e semisolida (secondo piatto).
  • Fase 3: il profilo del paziente è sovrapponibile alla precedente fase, ma si cerca di aumentare l’appetibilità del pasto con un tipo di alimentazione che prevede cibi di consistenza semisolida (primo piatto) e solido-morbida (secondo piatto e contorno).
  • Fase 4: il paziente ha un’efficiente capacità masticatoria e sta superando la disfagia, può mangiare ora piatti caratterizzati da cibi con una consistenza solido-morbida.

Attenzione ai segnali

segnali

Chi segue il paziente deve prestare la massima attenzione ai segnali che il paziente dà durante e dopo il pasto. Se il cibo viene aspirato e finisce nelle vie aeree può dare sensazioni di soffocamento se è di dimensioni tali da dare ostruire le vie respiratorie e può esserci tosse insistente. Anche la voce è un parametro da controllare: se si modifica significa che delle piccole quantità di cibo si sono depositate sulle corde vocali. A distanza di qualche giorno possono comparire febbre e tosse. Questi segnali non devono essere mai sottovalutati e alla loro insorgenza bisogna contattare sempre il personale medico e infermieristico che sta seguendo il paziente.

Fonti:

  • Il paziente disfagico: manuale per familiari e caregiver - Istituto Superiore di Sanità
  • Guida per la persona con disfagia e per la famiglia in assistenza domiciliare – Asl Pescara
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